Lavoro: regole, sì, ma quali sono quelle giuste?

Prima di evidenziare le varie differenze da analizzare nel concetto di lavoro, vorrei esporre la mia convinzione del perché ce n’è poco in generale.

 

UN SISTEMA SENZA REGOLE

L’espansione e l’affermazione sempre più profonda in occidente (e non solo) di un sistema liberista selvaggio, senza cioè delle regole, ha fatto sì che la produzione si è spostata verso quei Paesi che offrivano (ed offrono) mano d’opera a prezzi molto bassi, approfittando della miseria di queste popolazioni e della loro assoluta necessità di lavorare anche a condizioni infami in quanto per loro motivo di sopravvivenza; se a questo aggiungiamo il fatto non trascurabile che in questi paesi i diritti in generale e in particolare quelli dei lavoratori sono pressoché inesistenti, è facile capire il motivo per cui molte imprese spostano la loro produzione dall’occidente (e dall’Italia nel caso di studio) verso tali paesi, anche agevolati da costi e tempi di trasporto delle merci sempre più ridotti.

Ora non mi sento di dare tutte le colpe agli imprenditori che si comportano così, perché anche loro devono fare i conti con la realtà del mercato, pena la chiusura delle loro aziende. Proviamo ad analizzare infatti questo sistema “senza regole”.

Prendiamo ad esempio un imprenditore che produce in Italia un determinato prodotto finito, che con il nostro costo del lavoro, la burocrazia, le tasse, ecc. ha un costo X tale da dover proporre in vendita il proprio bene ad un prezzo Y, ammettendo in questa ipotesi di studio che sia un imprenditore corretto.

Questo stesso soggetto, affinché sia un bravo imprenditore, deve cercare di avere un prodotto sempre più performante e affidabile, ma deve anche guardare e cercare di anticipare la concorrenza.

Se le regole sono tali per cui un suo concorrente può andare a produrre lo stesso tipo di prodotto in altro sito in uno di quei Paesi di cui sopra, con il rischio quindi per lui di non avere a breve un prezzo conveniente per il proprio prodotto rispetto al suo concorrente e, di conseguenza, il rischio di dover chiudere la propria azienda, è (dal suo punto di vista) giustificabile il voler anticipare tale evenienza spostando la produzione fuori dall’Italia prima del suo concorrente.

Naturalmente io ho parlato di un imprenditore “corretto”, perché c’è poi sempre “il furbetto” che pensa “chiudo la produzione in Italia, vado a produrre all’estero per poi vendere in Italia e guadagnare molto di più”.

 

CONSEGUENZE DI QUESTA "STRATEGIA DI MERCATO"

La ricchezza si concentra nelle mani di pochi

Se è vero che chi ha adottato questa "strategia" all’inizio della liberalizzazione dei mercati ha avuto ragione (grazie anche alla complicità dei vari governi che si sono succeduti che non hanno saputo prevenire questo fenomeno), oggi questo è sicuramente un ragionamento che non tiene più.

I lavoratori dipendenti infatti, che tipicamente hanno una propensione alla spesa maggiore di chi ha un reddito molto alto (verso cui si sposta la ricchezza), a causa di questo meccanismo perdono il lavoro, quindi il reddito, ed avendo meno soldi in tasca spendono di meno, la domanda di beni e consumo si contrae e di conseguenza diminuisce per forza l’offerta, portando così ad una contrazione dei prezzi (con un rischio di deflazione) e/o ad una ulteriore diminuzione della produzione e quindi del lavoro.

 

La mentalità dell'usa e getta

Purtroppo per il nostro sistema, non è solo la produzione ad essere diminuita ma anche e principalmente l’assistenza e la manutenzione dei prodotti, in particolare di quelli nella fascia di prezzi bassi e medi, che però hanno una percentuale nel venduto molto significativa, portando alla drammatica situazione “usa e getta” che rappresenta a mio avviso il fallimento dell’economia di mercato.

Cosa accade infatti?

Prima si produce in paesi esteri sfruttando lavoratori resi schiavi (o quasi) a causa della loro miseria.

Poi si vendono i prodotti a prezzi “stracciati” in Italia e in occidente in generale, impedendone di fatto la commercializzazione ai piccoli imprenditori e commercianti che prima lo facevano in virtù di una ramificazione sul territorio.

Infatti prima la vendita era distribuita su tanti rivenditori che, in virtù della propria professionalità offrivano anche un supporto tecnico sui prodotti trattati. Oggi invece poche multinazionali, basandosi sul numero elevato del venduto, possono permettersi margini irrisori e avere comunque un grosso guadagno, a scapito dei piccoli commercianti, che non avendo gli stessi numeri non possono permettersi margini di guadagno così piccoli e sono quindi costretti a chiudere, con conseguente ulteriore spostamento della ricchezza a carico di pochi (che si arricchiscono sempre di più).

Quando poi questi prodotti presentano un guasto, anche piccolo e che potrebbe essere riparato con poco, non essendo rese disponibili le parti di ricambio (o essendo queste esageratamente costose), si è costretti a gettare il prodotto e acquistarne uno nuovo.

Così facendo, si elimina la possibilità di lavoro per tanti tecnici/riparatori e contemporaneamente si perpetua un inutile sfruttamento del sottosuolo per estrarre la materia prima nonché una enorme produzione di rifiuti con conseguente aumento dei problemi di smaltimento degli stessi.

 

COSA FARE

Vediamo se condividete queste mie definizioni:

In un sistema a economia di mercato, imprenditore è colui che investe proprie risorse in attesa e nella speranza di interessi futuri, per il bene proprio e del sistema.

Lavoratore dipendente è colui che offre il proprio lavoro in cambio del proprio stipendio o salario, per il bene proprio e del sistema.

Poi c’è il padrone, che è un detentore di potere, cioè colui che direttamente o indirettamente fa fare ad altri qualcosa che probabilmente non avrebbero fatto. Pertanto, a mio avviso, padrone è chiunque (azienda, sindacato, associazione, partito politico, media, ecc.) condizioni gli altri per “indirizzarli” in base ai propri interessi.

Una definizione dobbiamo spenderla anche, specialmente in Italia, ai così detti “prenditori” (il termine fu coniato mi sembra da Crosetto), cioè a mio avviso tutti coloro che investono risorse di altri nella quasi sicurezza di interessi futuri, per il bene proprio e la disfatta del sistema (amici degli amici, furbetti del quartierino, false cooperative, "immanicati" vari, ecc.).

 

PRIMA PROPOSTA

Proviamo ad immaginare una semplice legge (magari Europea) vincolante per tutti i paesi aderenti (ovviamente questo è solo un esempio che però vuole essere indicativo):

“per ogni bene venduto all’interno della comunità devono essere rese disponibili tutte le parti di ricambio che lo compongono e vendute separatamente ad un prezzo tale per cui la somma dei prezzi delle parti di ricambio non può essere superiore al prezzo di vendita del prodotto finito; si ammette una maggiorazione per singola fornitura per spese di imballaggio e spedizione che non potrà essere superiore al 10% con un minimo di 10 euro”.

Proviamo a pensare a cosa succederebbe nel mercato in seguito all'emanazione di una siffatta legge.

Immagino che per prima cosa i grandi produttori che hanno basato il loro business sul gran numero di prodotto venduto con piccoli margini, anche a causa della quasi irreparabilità dei prodotti stessi, dovrebbero cambiare la propria strategia. Infatti la aumentata possibilità di riparazione dei prodotti ridurrebbe di fatto il numero di vendite di questi modificando l’equilibrio iniziale. La risposta potrebbe essere aumentare il prezzo del prodotto così da avere un margine maggiore in modo da compensare la riduzione dei guadagni.

Tutto ciò naturalmente immaginando una classe politica non cialtrona che non permetterebbe giochini tipo “alzo il prezzo di listino del prodotto e stilo la lista dei singoli prezzi in virtù di questo, poi vendo i ricambi senza sconti e i prodotti finiti con sconti enormi”, altrimenti, "signori miei" (come direbbe qualcuno oggi molto in voga) è chiaro che se facciamo la legge e subiamo l’inganno non arriviamo da nessuna parte.

Qualcuno potrebbe dire “attenzione, così facendo potrebbero aumentare i prezzi di molti prodotti con conseguente aggravio della nostra già grave situazione”.

Analizziamo questa ipotesi: l’aumento dei prezzi di vendita di un prodotto.

E’ vero che nell’immediato si potrebbe avere un ulteriore aggravio della situazione economica, in particolare delle fasce meno abbienti (che comunque nel breve periodo potrebbe essere reso nullo da un intervento mirato di economia politica a livello macro e/o micro economico), ma l’aumento dei prezzi stimolerebbe la produzione interna perché con prezzi di vendita più alti diventa conveniente (o meglio fattibile) per gli imprenditori locali produrre in loco; questo porterebbe a nuove assunzioni con un aumento del reddito globale dei cittadini i quali, spendendo di più, incrementerebbero il PIL contribuendo a un circolo virtuoso. Da considerare poi anche l’aumento di produzione dovuta alla realizzazione anche dei ricambi, che potrebbe essere distribuita da piccoli produttori  dislocati in tutto il  paese in modo da distribuire meglio la domanda di lavoro. Non dimentichiamoci poi della notevole riduzione di rifiuti data dall’aumento delle riparazioni che porterebbe a una minore spesa per lo smaltimento e alla salvaguardia concreta dell’ambiente.

 

SECONDA PROPOSTA

Immaginiamone un’altra, magari vincolante per tutti i paesi occidentali:

"ogni bene e prodotto ha libera circolazione fra gli stati purché gli stessi accettino regole comuni; nel caso in cui lo stato produttore non accetti o non rispetti in toto le regole stabilite, dovranno essere applicate sulle merci delle quote percentuali (contributi di solidarietà) che non potranno essere inferiori al "…… %" del prezzo di vendita".

Questa sarebbe una legge a favore della vera economia di mercato e dei veri imprenditori che ne trarrebbero un vantaggio e una relativa sicurezza. E’ chiaro a tutti che in un sistema di pari regole, sicuramente rispettate dalla maggioranza, gli imprenditori onesti e conseguentemente i lavoratori dipendenti potrebbero tornare a lavorare in un sistema dove esistono i più bravi e i meno bravi (la concorrenza leale) e non più “i furbi” e “i coglioni”, e cito a tal proposito una mia massima “in un mondo di furbi il non furbo è un coglione; in un mondo di giusti è il furbo che diventa coglione”.

Voglio precisare che non sto assolutamente parlando di dazi o quant’altro perché io non sto immaginando di porre dei paletti a chi, più bravo o più capace, riesce a proporsi meglio degli altri sul mercato, sto solo parlando di regole certe e chiare per tutti (diritti dei lavoratori, smaltimento rifiuti, rispetto ambientale, sistema fiscale, chiarezza delle etichette dei prodotti, tracciabilità, ecc.).

Adesso ci sarà chi mi dirà che in Italia dobbiamo privilegiare il lavoro altamente specializzato e non metterci in concorrenza con chi produce a basso costo prodotti di largo consumo.

Ma voglio invitarvi a considerare che il lavoro “altamente specializzato” rappresenta solo una piccola quota del lavoro totale, pertanto, considerato che questo discorso varrebbe anche per gli altri paesi sviluppati (Germania, Francia, Spagna, Inghilterra, Grecia, ecc.), mi sembra altamente improbabile riuscire ad avere una larga occupazione; naturalmente che ben venga il lavoro delle nostre imprese ad alta tecnologia, perché sono un fondamentale “biglietto da visita” per la reputazione dell’Italia all’estero, oltre al fatto che impiegano della mano d’opera altamente qualificata e quindi un fatto comunque positivo e da incrementare, ma non basta.

Poi mi si dirà: ottimizziamo e qualifichiamo il nostro immenso patrimonio ambientale, storico, culturale, artistico ed archeologico, così da produrre ulteriori posti di lavoro.

Sono assolutamente d’accordo, ma bisogna essere realisti: per fare un lavoro proficuo in tal senso, è necessario modificare strutturalmente l’attuale organizzazione pubblica, sia dei lavoratori dipendenti che dei dirigenti. E’ inoltre indispensabile prendere atto che da un lato la politica (o meglio la partitica) e dall’altro organizzazioni varie (legali e non) hanno praticamente il controllo dei vari territori e siti di interesse storico, artistico e archeologico, e che, con vantaggi diretti o indiretti, hanno “lottizzato” gli stessi in modo molto profondo; in definitiva il discorso va bene, sarebbe una strada sicuramente percorribile, ma bisogna essere consapevoli che non è una cosa così semplice anzi, a mio avviso, è estremamente difficile da realizzare, se non si è convinti di dover prendere decisioni molto coraggiose, in tutti i sensi. Naturalmente anche questo che ben venga, comporterà sicuramente dei grossi sacrifici e delle scelte politiche estremamente coraggiose, necessariamente supportate da un largo consenso tra i cittadini, ma potrebbe portarci anche grandi soddisfazioni.

 

DUE PAROLE SULL'AUTOMAZIONE

Una considerazione vorrei farla per quanto riguarda il futuro del lavoro manuale che sarà sempre più sostituito dai robot e dalla automazione in generale. Sia chiaro che io considero fondamentale il progresso tecnologico che, se usato in modo corretto, non può che portare benefici al sistema. Ma è proprio questo il punto: come verranno utilizzate queste tecnologie?

Facciamo un esempio.

Due aziende, che chimeremo A e B, producono lo stesso macchinario, sono in concorrenza tra loro e riescono a vendere tutti i prodotti costruiti in quanto venduti a un prezzo equivalente e con caratteristiche compatibili tra loro.

Immaginiamo che entrambe le aziende occupino 1000 operai e producano 1000 macchinari in un mese, con un’incidenza di costo per mano d’opera di 3000 euro, altri 1000 euro di costi generali e 1000 euro di materiale, che porta il costo unitario di produzione di ogni attrezzo a 5000 euro; le aziende poi decidono di rivendere il prodotto a 6000 euro (i numeri sono esclusivamente da esempio).

Immaginiamo inoltre che il mercato richieda solo questa quantità di prodotti (2000).

Ad un certo punto l'azienda A decide di acquistare dei robot con un investimento di 6 milioni di euro, da ammortizzare in cinque anni, pari quindi a 1,2 milioni all’anno, oltre ai costi finanziari.

Immaginiamo che l’acquisto di tali robot automatizzi il processo di assemblaggio al punto che siano sufficienti, per produrre le stesse mille attrezzature al mese, 500 operai. Automaticamente l’incidenza della mano d’opera sul costo del prodotto si dimezza, diventando pari a 1500 euro che, sommati ai 100 euro di costo aggiuntivo per i  robot, porta il costo da 5000 euro a circa 3600 euro.

COSA FA L’IMPRENDITORE?

  1. Decide di mettere a casa i 500 dipendenti in esubero e guadagnare di più.
  2. Decide di raddoppiare la produzione per continuare a tenere tutti gli operai.

Analizziamo le due ipotesi.

Nel primo caso ci sarebbero 500 persone a casa senza stipendio con chiare ripercussioni negative sia per le famiglie coinvolte, che si troverebbero con uno stipendio in meno, sia per il sistema in quanto queste stesse famiglie, non potendo più contare su quell’entrata, spenderebbero di meno, danneggiando di fatto il sistema economico che si basa su offerta e domanda (meno soldi disponibili portano a meno spesa che si materializza con meno vendita di prodotti che qualcun altro produce e vende).

Nel secondo caso tutti i 1000 dipendenti manterrebbero il loro posto ma l’impresa, per poter vendere più attrezzature, deve abbassare il prezzo di vendita del prodotto e vincere la concorrenza dell’azienda B che produce lo stesso prodotto (venduto, lo ricordiamo, a 6000 euro).

Ma nell’ipotesi che tutte le 2000 attrezzature siano vendute e quindi ci sia un equilibrio nell'azienda A, considerato che il mercato richiedeva in totale 2000 pezzi di quella tipologia di prodotto, è evidente che l’impresa B, che avrebbe dovuto vendere le altre 1000 attrezzature richieste dal mercato, chiude e i suoi 1000 operai vanno a casa.

Per evitare ciò, l'azienda B deve anch'essa ridurre il costo di produzione per poter vendere il proprio prodotto a un prezzo pari a quello dell'azienda A. Può quindi decidere o di fare anch'essa l’investimento in robot o produrre in paesi dove il costo della mano d’opera è molto più basso (ma questo è un discorso diverso già precedentemente affrontato).

Immaginando che decida di introdurre i famosi robot in modo da avere un minor costo di produzione e di tenere la propria forza lavoro, dovrebbe anch’egli raddoppiare il numero di attrezzature prodotte e il mercato si troverebbe ad avere il doppio di quei prodotti rispetto a quanti ne potrebbe consumare. Questi risulterebbero invenduti ed entrambe le aziende si troverebbero nei guai.

MORALE: I CONTI CONTINUANO A NON TORNARE!!!!!

COSA FARE? SMETTERE FORSE DI MIGLIORARE LA TECNOLOGIA E RESTARE ARRETRATI?

Come già detto, io ritengo che non sia assolutamente pensabile né giusto bloccare l’avanzamento delle nuove tecnologie in quanto, se bene usate, possono portare solo dei benefici a tutti.

Torniamo all’esempio precedente e immaginiamo una terza ipotesi:

Le due aziende acquistano entrambe i robot, riducono il costo di mano d’opera solo nella misura del maggiore costo per anno dovuto all’acquisto dei robot più una piccola parte atta a rendere comunque vantaggioso il nuovo investimento, ma mantengono invariato il prezzo di vendita del prodotto.

Nell'esempio, il costo della manodopera per pezzo era di 3000 euro, pertanto, ipotizzando una spesa aggiuntiva dovuta all'acquisto dei robot di 100 euro e di ulteriori, ad esempio, 200 euro di ritorno dell'investimento, le aziende dovrebbero spendere per manodopera 2700 euro mensili.

Conseguenza di ciò è che i lavoratori lavorerebbero per meno ore guadagnando poco di meno, oppure si potrebbe riallocare una parte di eccedenza di operai nelle aziende che producono i robot, mantenendo invariato il livello retributivo di chi resta, pur lavorando meno, e l’azienda si troverebbe comunque ad avere un guadagno superiore, seppure di poco, rispetto alla precedente situazione (cioè il proprio investimento verrebbe comunque premiato).

Il ragionamento è assolutamente fatto con dei numeri che quasi sicuramente non corrispondono a quelli reali, ma è il concetto che mi interessa ribadire, che è appunto quello descritto.

C’è comunque da dire che questo mio ragionamento vale solo se si considera il discorso a livello macroeconomico, di sistema, è ovvio che se fosse applicato solo a poche realtà lasciando invariato le altre, la cosa non potrebbe mai funzionare.

Infatti il mio concetto è aumentare la tecnologia a favore di una diminuzione generalizzata delle ore lavorate da tutti, altrimenti, se limitata a poche realtà, è facile immaginare come i pochi fortunati dipendenti che si troverebbero a lavorare per meno ore a parità di stipendio, o quasi, potrebbero decidere di fare un secondo lavoro per guadagnare ancora di più, ma in quel caso a danno di altri lavoratori che non potrebbero occupare quei posti, rendendo quindi il sistema da virtuoso a vizioso e peggiorando la situazione generale.

E' evidente che il ragionamento su esposto non vale nel momento in cui un determinato articolo viene prodotto da pochissime aziende nel mondo, perché in tal caso queste monopolizzerebbero la produzione spostandola sicuramente laddove la manodopera ha un costo irrisorio.

Per evitare ciò, i governi di tutti gli stati democratici dovrebbero intervenire con opportuni provvedimenti atti ad impedire queste situazioni di monopolio, a difesa del lavoro dei propri cittadini.

Ancora una volta non sto parlando di dazi ma di politica che intervenga per impedire che pochi elementi gestiscano immensi fatturati diventando gestori di un potere assoluto con capacità di indirizzare direttamente o indirettamente le politiche dei vari governi.

Per concludere, io penso che ogni cosa deve esse fatta con criterio e tenendo presente quello che è il risultato finale che, nel caso specifico, a mio avviso, è che bisogna operare per un interesse comune e cioè per il bene sia per i lavoratori dipendenti che per gli imprenditori, senza che nessuna delle due parti “faccia il furbo”, solo con questo equilibrio il sistema può continuare a funzionare.

Tutto questo naturalmente vuole essere solo l’inizio, speriamo di poter coinvolgere altri cittadini che con critiche e/ o nuove auspicabili proposte, possano contribuire a quanto mi sono proposto.

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